[Writing] Sunday Morning - Parte I

L’albeggiare del mattino irradiava dolcemente la camera. Quella piccola finestra era l’unico punto di contatto con il mondo; attraverso di essa scrutava i passanti, lo scorrere del tempo, la frenesia della quotidianità. Quei primi raggi del mattino interruppero il torpore della sua mente; d’improvviso si accorse d’esser stato sveglio tutta la notte, a far cosa non lo comprese.Lentamente sfuggenti pensieri si rincorrono, flebilmente si congiungono e imprendibili svaniscono. Riaffiorano insistentemente, tentano ancora di passare inosservati, ed ecco, finalmente rapiti, intrappolati, senza nessuna via di fuga, ora non hanno possibilità alcuna di scivolare via. D’un tratto si rese conto d’esser seduto sulla sedia, poggiando i gomiti sulla scrivania; il capo sorretto da mani sottili, le dita affusolate, lo sguardo rivolto sul piano dello scrittoio. E infine l’ultima visione, quel foglio bianco, candido, liscio, perfettamente conservato, senza sbavature né piegature, neanche l’ombra della più piccola traccia d’inchiostro. Ricordò perfettamente perché era lì, perché non aveva dormito, perché aveva le gambe indolenzite.

Tutto lasciava pensare ad un ambiente ordinato, ogni cosa al suo posto, se non fosse stato per quella penna appena al lato del foglio, priva del tappo, intrisa di parole non dette, versi non scritti, emozioni imprigionate. Nonostante si fosse impegnato con tutte le sue forze, non era riuscito a scrivere nulla. Eppure ne sentiva un bisogno fortissimo, come se qualcuno lo costringesse; non trovava la concentrazione necessaria, erano settimane che quel foglio era lì, sempre nello stesso punto, in attesa di essere inondato dal blu dell’inchiostro, come pure in attesa era quell’apparentemente insignificante penna a sfera, che da troppo tempo giaceva lì senza che nessuno la impugnasse. Era diventata la prigione dei suoi pensieri, tutti rinchiusi in otto centimetri di plastica e una punta di ferro.

Non tentò neppure per un attimo di ricordare cosa e perché volesse scrivere, preferì tuffarsi nuovamente nel caos primordiale della mente, in cui tutto si rincorre e tutto sfugge. Senza opporre resistenza lasciò che il suo cervello fantasticasse oltre i limiti del surreale, laddove fantasia e realtà si fondono in un tripudio di inimmaginabili combinazioni accidentali.
«Il telefono» e con uno scatto si precipitò verso il telefono per rispondere, o più probabilmente per interrompere quel suono penetrante che irruppe nel silenzio malinconico.

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