[Energia] H2pia: non solo futuribile (?)

Aggiornamento 15/12/07: questo post non rispecchia più la mia idea in fatto di energia rinnovabile e soluzioni energetiche. All’attuale condizione tecnologica ed economica, de facto, investire sul nucleare è l’unica soluzione realmente concreta.  

Da Repubblica.it

H2PIA è una città nella quale gli abitanti producono da soli l’energia che consumano, una comunità di individui che vivono di idrogeno e che dividono spazi comuni nei quali creano, immagazzinano e consumano energia pulita e rinnovabile. H2PIA è la prima città al mondo interamente ad idrogeno, un’isola felice, e anche un progetto da realizzare. Un’utopia? Sembrerebbe di no: la costruzione di questa città prenderà il via nel 2007 in Danimarca ma il luogo esatto è ancora da decidere. […]
Il centro nevralgico della città è H2PIA Public. Immediatamente fuori dal centro urbano vengono posizionati pannelli solari e turbine a vento che forniscono energia ed idrogeno per la città. L’energia rinnovabile, solare ed eolica, viene distribuita direttamente agli abitanti. Quella in eccesso viene immagazzinata per essere poi trasformata in idrogeno quando sole e vento scarseggiano. Public è proprio il luogo dove avviene questa trasformazione, è lo svincolo per l’acquisto, la produzione e la distribuzione di idrogeno ed energia. Contiene una centrale di riscaldamento combinato e un impianto di produzione elettrica fatto di celle a combustibile. Qui è possibile anche fare il pieno di idrogeno per le automobili che sfruttano l’impianto a fuel cell. Altro luogo importante della città è H2PIA Share dove si trovano negozi, uffici pubblici e aree di ricreazione. Rappresenta il borgo della città, il villaggio commerciale. […]
Dietro al progetto di H2PIA si nasconde un team di giovani aziende e di istituzioni danesi che condivide una visione comune di società. Una società basata sul principio di libertà, dove gli abitanti non dipendano dal petrolio, e si servano di energia pulita, ovvero l’idrogeno è prodotto da sole e vento.

Interessante, senza dubbio. Entusiasmante per certi versi; scoraggiante per altri.
Le fonti di energia pulita di cui fruirebbe la cittadina di H2pia sono, infatti, una realtà concreta già da un po’ di anni. Effettivamente, il costo dei pannelli fotovoltaici è ancora troppo elevato rispetto al guadagno, e un singolo privato, generalmente, non ha interesse alcuno a investire cifre del genere. Ma la questione su cui vorrei riflettere è un’altra.Le fonti rinnovaibili pulite esistono, sono state individuate, sono state in minima parte sfruttate, sono state collaudate. E allora? Che aspettiamo?

Sarà l’idealismo proprio della tardo-adolescenza, ma non sopporto l’idea che non si possa investire in ricerche e realizzazioni sulle fonti rinnovabili, perché i colossi del petrolio crollerebbero. Mi rendo conto che le leggi del mercato impongono una situazione del genere, e che queste battaglie da Novella 2000 sono insignificanti quanto patetiche, ma in fin dei conti noi mediocri abbiamo ragione.
I consumatori sono sempre sul rischio di collassare, tra crisi in Medioriente, crisi sudamericana, risorse in esaurimento, e il resto delle cause le lascio a chi di competenza. Le opportunità di voltare pagina esistono, sono ad un passo dalla concretezza, ma dobbiamo fare da spettatori coinvolti (fino al collo) nel kolossal intitolato “Addio petrolio” finché non apparirà la fatidica scritta “The end”.

H2pia è, a mio avviso, con tutta probabilità, un’altra di quelle incredibili iniziative che si propongono di cambiare il mondo, destinate puntualemente a cadere nel dimenticatoio in brevissimo tempo; un po’ come le auto ad idrogeno, o il più recente biodiesel (altro spettattore del film). Lodevole, interessante, azzardo rivoluzionario, questo progetto non produrrà alcun effetto, né in Europa né oltreoceano, né in Italia, Paese in cui c’è gente che si oppone all’eolico perché deturperebbe l’ambiente, la più ridicola e patetica delle scuse.

Non sono un economista, né un sociologo, né un esperto di energia fotovoltaica, eolica o quant’altro, ma serve poco per capire che se non si investe in qualcosa di concreto la situazione globale si complicheà enormemente. Convertire completamente l’energia al momento utilizzata non è certo impresa facile né poco costosa, ma (e qui potrei spararla grossa) raggiungere quota 30% di energia rinnovabile in Italia entro (la butto a caso) il 2011, sarebbe un buon passo in avanti. Con l’aiuto di Santa Wikipedia snocciolo qualche dato.

Il 70.5% del fabbisogno di energia elettrica dell’Italia è ricoperto dalle centrali termoelettriche, che bruciano combustibili fossili, la maggior parte dei quali importati dall’estero. Le fonti rinnovabili di energia, vale a dire droelettrica, geotermica, eolica e fotovoltaica ricoprono il 16% del fabbisogno, il restante 13% è ricoperto da energia importata in maniera diretta dall’estero.
Oltre il 50% delle centrali termoelettriche sono alimentate da gas naturale, il resto è alimentato da derivati del petrolio, carbone e in minima parte da gas derivati.
Tra le fonti rinnovabili “predomina” l’idroelettrico, scarseggia il geotermico (Toscana) e sono irrisorie le percentuali di energia eolica e solare, al di sotto dell’1%. Con alcune difficoltà prendono piede i termovalorizzatori, che producono energia attraverso la combustione dei rifiuti (urbani o industriali).
Dato quanto mai scioccante è che L’Italia è il primo paese al mondo per importazione di energia elettrica (fonte dati IEA Key World Energy Statistics 2005. “Tale importazione avviene da quasi tutti i paesi confinanti, anche se l’aliquota maggiore è quella proveniente dalla Francia e, a seguire, dalla Svizzera.” E ancora “Buona parte di questa energia (in particolare gran parte di quella “francese”) viene prodotta con centrali nucleari.” Infine “Considerando sia i combustibili che l’energia elettrica importata, l’Italia dipende dall’estero per l’82% della propria energia elettrica”.

Eolico e solare non ricoprono neppure l’1% del fabbisogno energetico italiano. Praticamente, azzardo ancora, in Italia non esistono, o almeno se non ci fossero non ne sentiremmo la mancanza. Non desidero neanche lontanamente entrare con questo post nel merito della questione economica riguardo ai costi dei combustibili, dell’energia importata, della manutenzione degli impianti. A dire il vero non ho ben chiaro dove voglio arrivare. Ah sì, al fatto che noi non produciamo energia pulita, e che l’unica soluzione proposta (da un numero esiguo di persone) è il nucleare, una soluzione ormai obsoleta, sia per il costo del materiale fissile (che tra le altre cose è in esaurimento se non erro) sia per l’elevato rischio sismico del territorio italiano, che non consente la pianificazione di una centrale nucleare. E se da quasi 20 anni non si costruiscono più centrali nucleari nel mondo, un motivo ci sarà, e non è certo esclusivamente per il disastro di Chernobyl.

Mi accorgo che partendo da una notizia mi sono perso in un volo pindarico di discrete proporzioni e che questo post, di fatto, risulta essere confuso e male impostato. Più che altro, si tratta di una riflessione che volevo condividere, sperando in qualche replica illuminante.
Il succo è: per passare dal futuribile al concreto, quanto tempo occorre? Dobbiamo realmente attendere la fine dell’età del petrolio?

E il benzinaio stamattina segnava 1.42€/litro.

Leave a Comment

Nome (richiesto)

e-Mail (non sarà pubblicata) (richiesta)

Website

Comment